{"id":158,"date":"2018-06-22T12:43:28","date_gmt":"2018-06-22T10:43:28","guid":{"rendered":"http:\/\/slowmusic.eu\/yoga-und-klavierspiel\/"},"modified":"2019-11-28T01:53:04","modified_gmt":"2019-11-28T00:53:04","slug":"yoga-und-klaviertechnik","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/slowmusic.eu\/it\/yoga-und-klaviertechnik\/","title":{"rendered":"Yoga e Pianoforte"},"content":{"rendered":"<p>[et_pb_section fb_built=&#8221;1&#8243; _builder_version=&#8221;4.0.6&#8243; background_color=&#8221;rgba(255,255,255,0.4)&#8221; custom_padding=&#8221;0|0px|0|0px|false|false&#8221;][et_pb_row column_structure=&#8221;2_3,1_3&#8243; module_class=&#8221; et_pb_row_fullwidth&#8221; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; width=&#8221;89%&#8221; width_tablet=&#8221;80%&#8221; width_phone=&#8221;&#8221; width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; max_width=&#8221;89%&#8221; max_width_tablet=&#8221;80%&#8221; max_width_phone=&#8221;&#8221; max_width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; custom_padding=&#8221;40px|0px|0|0px|false|false&#8221; make_fullwidth=&#8221;on&#8221;][et_pb_column type=&#8221;2_3&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_text _builder_version=&#8221;3.27.4&#8243;]<\/p>\n<h1>Lo Yoga e la tecnica pianistica<\/h1>\n<h3>di Filippo Faes<\/h3>\n<p>[\/et_pb_text][\/et_pb_column][et_pb_column type=&#8221;1_3&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_image src=&#8221;https:\/\/slowmusic.eu\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/Logo_FF.png&#8221; align=&#8221;right&#8221; align_tablet=&#8221;center&#8221; align_phone=&#8221;&#8221; align_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; _builder_version=&#8221;3.23&#8243;][\/et_pb_image][\/et_pb_column][\/et_pb_row][et_pb_row module_class=&#8221; et_pb_row_fullwidth&#8221; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; width=&#8221;89%&#8221; width_tablet=&#8221;80%&#8221; width_phone=&#8221;&#8221; width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; max_width=&#8221;89%&#8221; max_width_tablet=&#8221;80%&#8221; max_width_phone=&#8221;&#8221; max_width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; custom_padding=&#8221;2px|0px|23px|0px|false|false&#8221; make_fullwidth=&#8221;on&#8221;][et_pb_column type=&#8221;4_4&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_testimonial author=&#8221;Martha Graham&#8221; portrait_width=&#8221;1px&#8221; portrait_height=&#8221;1&#8243; _builder_version=&#8221;3.8&#8243; body_font=&#8221;||||||||&#8221; body_font_size=&#8221;20px&#8221;]<\/p>\n<p>\u201cEsiste una forza vitale, un\u2018energia, un impulso che viene trasformato in azione attraverso di te, e poich\u00e9 tu sei unico nella storia del mondo e in tutti i tempi, questa espressione sar\u00e0 unica e irripetibile. Se tu la blocchi, non potr\u00e0 esistere attraverso nessun altro e andr\u00e0 perduta per sempre. Il mondo non la avr\u00e0. Non \u00e8 tuo compito giudicare quanto buona essa sia, o quanto valga, n\u00e9 far raffronti con quella di altri. Tuo compito \u00e8 preservarla, esprimerla chiaramente e direttamente; mantenere il canale aperto.\u201c<\/p>\n<p>[\/et_pb_testimonial][\/et_pb_column][\/et_pb_row][et_pb_row module_class=&#8221; et_pb_row_fullwidth&#8221; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; width=&#8221;89%&#8221; width_tablet=&#8221;80%&#8221; width_phone=&#8221;&#8221; width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; max_width=&#8221;89%&#8221; max_width_tablet=&#8221;80%&#8221; max_width_phone=&#8221;&#8221; max_width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; custom_padding=&#8221;0|0px|0|0px|false|false&#8221; make_fullwidth=&#8221;on&#8221;][et_pb_column type=&#8221;4_4&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_text _builder_version=&#8221;4.0.6&#8243;]<\/p>\n<h2>Premessa<\/h2>\n<h2 class=\"align-justify\">Abitando le possibilit\u00e0 della nostra vita<\/h2>\n<p>[\/et_pb_text][\/et_pb_column][\/et_pb_row][et_pb_row module_class=&#8221; et_pb_row_fullwidth&#8221; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; width=&#8221;89%&#8221; width_tablet=&#8221;80%&#8221; width_phone=&#8221;&#8221; width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; max_width=&#8221;89%&#8221; max_width_tablet=&#8221;80%&#8221; max_width_phone=&#8221;&#8221; max_width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; make_fullwidth=&#8221;on&#8221;][et_pb_column type=&#8221;4_4&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_text _builder_version=&#8221;3.27.4&#8243; text_font=&#8221;||||||||&#8221; text_font_size=&#8221;18px&#8221;]<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Simile ad una reggia, il palazzo della nostra esistenza quando siamo bambini possiede un numero infinito di stanze. Sono le stanze delle nostre possibilit\u00e0, dei nostri mille talenti, sono la vastit\u00e0 di noi stessi che attende solo di essere esplorata, messa in pratica e tradotta in azione, per poi ampliarsi ulteriormente. Sono la prodigiosa plasticit\u00e0 che ha il nostro cervello e con esso il destino che ci creiamo, le opportunit\u00e0 che continuamente si presentano a noi e continuamente si rinnovano. Le stanze della nostra infanzia sono ancora, per la maggior parte, vuote, indistinte, non \u201carredate\u201c dalla nostra esperienza: iniziano appena a conoscere l\u2018impronta della nostra presenza, della nostra personalit\u00e0 e della vita vissuta. Poco definite ancora, bench\u00e9 accoglienti e ricche di stimoli, sono comunque pronte ad aprirsi e dare il benvenuto a noi e alla nostra curiosit\u00e0 di nuove esperienze in qualunque momento decidiamo di muovere alla loro scoperta.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Poi, crescendo, ognuno di noi coltiva interessi, approfondisce e frequenta uno o pi\u00f9 campi del lavoro e dello svago, vive affetti e passioni. Accanto a questi nascono le abitudini&#8230; Tutto ci\u00f2 significa cominciare ad eleggere come nostra dimora abituale alcune stanze piuttosto che altre, significa trascorrere dentro di esse una sempre maggior parte del proprio tempo e arredarle nella maniera pi\u00f9 comoda, pi\u00f9 confacente alle nostre consuetudini, significa scoprire e poi ripetere i percorsi che collegano le une con le altre. Per la maggior parte di noi, il numero di queste stanze abitate \u00e8 molto, ma molto inferiore a quello che il nostro corpo e la nostra mente consentirebbero: tuttavia, almeno al principio, ci rassicura il pensiero che anche le stanze accanto, pur momentaneamente disabitate, rimangano comunque a nostra disposizione, pronte ad aprirsi e ad accoglierci non appena ne sentiremo la voglia o il bisogno.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">E poi un giorno ci viene in mente di provare a rientrare in una di esse, in una stanza nella quale \u00e8 da un po\u2019 che non mettiamo piede: ma ci coglie un vago disagio, o pigrizia&#8230; Immaginiamo che, non frequentata da mesi com\u2018\u00e8, sar\u00e0 impolverata, l\u2018aria pesante. Forse \u00e8 meglio aspettare, magari una bella giornata soleggiata e calda, per poter spalancare le finestre e rinnovare l\u2018aria&#8230; Ma quando la giornata arriva, \u00e8 passato ormai del tempo, e nella stanza disabitata i cardini della porta si sono arrugginiti, sono divenuti scontrosi, tanto da dissuaderci dal tentare di aprire la porta. In quella stanza, sentiamo, troveremmo sicuramente ragnatele, sporcizia accumulata nel tempo.. Pensiamo che certo ci riempiremmo di polvere se tentassimo di camminarci dentro o di scrostare i battenti della finestra.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Oramai la stanza \u00e8 buia, non pi\u00f9 amichevole n\u00e9 accogliente, tanto che il solo immaginare di entrarci ispira una sensazione sgradevole, mina e corrode molte delle confortevoli certezze che ci siamo nel frattempo costruiti, tanto che la nostra mente va subito a qualche cosa d\u2018altro, divaga, sfugge. Da questo momento, \u00e8 probabile che in quella stanza non entreremo pi\u00f9; da questo momento \u00e8 sicuro che la nostra vita si \u00e8 ristretta. Tutto quanto descritto fin\u2019ora ha un nome: invecchiare.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">L\u2018invecchiamento si presenta a noi come un piano inclinato. Una volta presa velocit\u00e0 su di esso, diventa difficile invertire la rotta o anche soltanto cambiare direzione: le abitudini esercitano un\u2019attrazione gravitazionale che aggiunge peso alla nostra esistenza e ci vincola sempre pi\u00f9 alle poche stanze della vita che ci siamo abituati a frequentare. Chi di noi si eserciti a riconoscere, a smascherare questo processo in s\u00e9 e negli altri, giorno dopo giorno si accorger\u00e0 di quanto esso condizioni l\u2018agire, il parlare, il modo di riflettere, e anche semplicemente il linguaggio corporeo (cio\u00e8 l\u2018incedere, il gesticolare, l\u2019espressione degli occhi e del viso, l\u2019atteggiamento fisico) delle persone che gli stanno intorno. In una parola, chi impara ad accorgersene, a farci caso, \u00e8 in grado di vedere a che punto di questo percorso sia giunto egli stesso, e dove siano gli altri.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Nella nostra vita, \u00e8 inevitabile che questo piano inclinato ci venga incontro prima o poi, (\u00e8 lui, tra l\u2019altro a provocare la sensazione tipica per cui, pi\u00f9 passano gli anni, pi\u00f9 il tempo corre velocemente e ci sfugge dalle mani). Eppure non \u00e8 affatto necessario subirlo, cio\u00e8 farci condizionare da esso. La pendenza \u00e8 un\u2019insidia, certo, ma ogni insidia \u00e8 anche un\u2019opportunit\u00e0, cos\u00ed come ogni immagine negativa in fotografia serve per ottenerne una positiva. Anzi, su un piano inclinato si pu\u00f2 danzare, come Martha Graham, compiendo evoluzioni ancor pi\u00f9 eleganti, dinamiche e leggere di quelle consentite su una superficie orizzontale! Basta capire -accorgersi, ancora una volta- la dinamica delle forze che la pendenza esercita su di noi, per imparare a sfruttarle, come in un gioco, a nostro vantaggio.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Nello Yoga, ogni <i>Asana<\/i>, condensando una sapienza millenaria, \u00e8 architettata proprio in modo da accompagnarci a rivisitare, ritrovare una o pi\u00f9 stanze tra quelle a rischio di essere abbandonate per prime. E in ogni seduta di Yoga, queste stanze le tocchiamo con mano, facciamo esperienza fisica di cosa voglia dire avventurarci in regioni inesplorate di noi stessi ed espandere i nostri confini. Per questo motivo, all\u2019iniziale senso di scomodit\u00e0 estraneit\u00e0 e disagio delle <i>Asana<\/i>, subentra presto la sensazione di ritrovare, ogni volta che ci accostiamo alla loro pratica, delle vecchie amiche.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Anche la musica ha un\u2018azione simile: essa \u00e8 per sua natura la pi\u00f9 multidimensionale tra le arti: praticarla \u2013e imparare a ragionare in termini musicali- aggiunge dimensioni nuove alla nostra percezione della realt\u00e0 e del tempo, oltre a consolidare in noi il bisogno di risuonare sulle frequenze di quell\u2018armonia di fondo che sta all\u2018origine della nostra empatia con il mondo e con noi stessi.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Le stanze che la musica schiude e permette di esplorare sono infinite. Comporre, per esempio, \u00e8 un viaggio entro noi stessi, grazie al quale il palazzo principesco che \u00e8 custodito in ciascuno di noi si materializza di volta in volta nelle forme delle architetture sonore che andiamo a creare, le quali poi, ogni volta che torniamo a visitarle, si presentano sotto aspetti nuovi e sempre diversi, pur manifestando sempre l\u2019espressione della stessa personalit\u00e0 creatrice. Poche cose sono inebrianti come il contatto con il proprio potere creativo quando questo prende forma e si fa materia sonora, e sono certo che l\u2019 uomo non abbia ancora inventato una droga dall\u2019effetto potente quanto lo \u00e8 l\u2019incontro con noi stessi, nel regno della possibilit\u00e0 illimitata eppure straordinariamente reale.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">\n<\/p><p>[\/et_pb_text][\/et_pb_column][\/et_pb_row][et_pb_row module_class=&#8221; et_pb_row_fullwidth&#8221; _builder_version=&#8221;4.0.6&#8243; width=&#8221;89%&#8221; width_tablet=&#8221;80%&#8221; width_phone=&#8221;&#8221; width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; max_width=&#8221;89%&#8221; max_width_tablet=&#8221;80%&#8221; max_width_phone=&#8221;&#8221; max_width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; custom_padding=&#8221;0|0px|27px|0px|false|false&#8221; make_fullwidth=&#8221;on&#8221;][et_pb_column type=&#8221;4_4&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_text _builder_version=&#8221;4.0.6&#8243; text_font=&#8221;||||||||&#8221; text_font_size=&#8221;18px&#8221;]<\/p>\n<h2 class=\"align-justify\">Il rapporto con lo strumento (e alcune osservazioni sulla maniera di studiare)<\/h2>\n<p class=\"align-justify\">Anche il suonare uno strumento comporta l\u2019esercizio di una disciplina psicofisica di continua espansione, verifica e perfezionamento di noi stessi. Lo studio della tecnica, e la consapevolezza della filosofia che sta alla base di essa, equivale a uno yoga svolto attraverso lo strumento. A patto di mantenere ben desta l\u2018attenzione su di noi mentre lo esercitiamo, i risultati potranno trascendere il semplice sviluppo della tecnica (cio\u00e8 l\u2019abbreviare la distanza tra noi e la piena realizzazione della nostra volont\u00e0 musicale) e mirare a \u201clustrare il nostro spirito giorno dopo giorno, come uno specchio che rifletta la realt\u00e0 con limpidezza cristallina\u201c cos\u00ed come dicono i Maestri Zen. L\u2019esercizio della tecnica pu\u00f2 cio\u00e8 assumere la funzione che scagliare le frecce ha nel libro di Eugen Herrigel \u201cLo Zen e l\u2019arte del tiro con l\u2019arco\u201c, sul quale avremo occasione di tornare. (Non \u00e8 un caso che anche nel pianoforte, come gi\u00e0 in un arco, abbiamo a che fare con corde in tensione da cui viene \u201cscoccato\u201c un suono &#8230;).<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Cos\u00ed come nel tiro con l\u2019arco il bersaglio finale a cui si tende \u00e8 la verit\u00e0 racchiusa in noi stessi, allo stesso modo la tecnica pianistica pu\u00f2 essere intesa come esemplificazione pratica del nostro approccio alla vita, da allenare e verificare costantemente, onde lasciar succedere ci\u00f2 che ci siamo prefissi come obiettivo (1) spegnendo ogni intenzionalit\u00e0 spuria che, insieme con la paura dell\u2019insuccesso, disturberebbe la pulizia dell\u2019 esecuzione.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">\u00c8 fondamentale, ovviamente, che alla base della tecnica pianistica vi sia un pensiero coerente, tale che ogni elemento si basi sulle premesse stabilite e verificate all\u2019inizio, costruendo un sistema in cui ogni azione sia interdipendente e non contraddica le altre. Per me \u00e8 stata di grande importanza l\u2019esperienza fatta studiando a Napoli, con Vincenzo Vitale, dal 1979 al 1984, anno della sua morte.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Vitale fu uomo, artista e didatta di grande valore e di imponente personalit\u00e0 (qualit\u00e0 che si accompagnavano ad altrettanto spiccate contraddizioni del suo carattere le quali, specie negli ultimi anni, rendevano i rapporti con lui abbastanza burrascosi, e il percorso per arrivare ad attingere alla sua scienza e ai grandi benefici che le sue lezioni potevano trasmettere simile a quello che un salmone percorre, controcorrente, risalendo le rapide di un fiume). D\u2018altra parte, \u00e8 probabile che una personalit\u00e0 come la sua fosse destinata a far tutto in grande e con una certa, fatale, ineluttabilit\u00e0, dal rispondere al telefono con la sua celebre voce profonda al manifestare le asperit\u00e0 e i lati non risolti, e in definitiva fortemente autolesionistici, del suo carattere.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">In ogni caso, gli va riconosciuta una formidabile capacit\u00e0 didattica, maturata attraverso uno studio lungo e intelligente della tradizione pianistica napoletana e di numerosi trattati sulla fisiologia dell\u2019esecuzione pianistica (primo fra tutti quello di Attilio Brugnoli) e soprattutto attraverso una formidabile capacit\u00e0 di sintesi e di rielaborazione attraverso l\u2019istinto che gli permetteva di colpire nel segno, facendo lezione, senza bisogno di perdersi in teorizzazioni e dettagli inutili, ma trasformando e risolvendo situazioni e problemi tecnici, spesso con un tocco talmente mirato, risolutivo ed essenziale, da sembrare quasi demiurgico.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Riconoscendo, anzi premettendo il fatto che ogni discorso inerente alla fisiologia dell\u2019esecuzione pianistica debba necessariamente ricorrere ad approssimazioni e a semplificazioni anche drastiche onde essere effettivamente utile e non, al contrario, paralizzante per lo studente, egli ha comunque stabilito alcuni princ\u00edpi che ritengo, e ho sempre verificato, applicandoli sui me e sui miei studenti, essere molto efficaci. (2)<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Il primo di essi \u00e8 che, nel suonare, la posizione della mano deve essere una conseguenza, non una premessa. Le scuole tradizionali hanno quasi sempre impostato gli allievi prescrivendo una posizione corretta di partenza, assieme ad esercizi da eseguirsi sforzandosi di mantenerla. Vitale, invece, notava come l\u2019idea di buona posizione fosse stata desunta dall\u2019osservazione dei grandi pianisti, per i quali tale posizione null\u2019 altro era se non il risultato di un corretto atteggiamento muscolare che essi, pi\u00f9 o meno istintivamente mettevano in pratica.<\/p>\n<p>[\/et_pb_text][\/et_pb_column][\/et_pb_row][et_pb_row column_structure=&#8221;2_3,1_3&#8243; module_class=&#8221; et_pb_row_fullwidth&#8221; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; width=&#8221;89%&#8221; width_tablet=&#8221;80%&#8221; width_phone=&#8221;&#8221; width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; max_width=&#8221;89%&#8221; max_width_tablet=&#8221;80%&#8221; max_width_phone=&#8221;&#8221; max_width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; custom_padding=&#8221;0|0px|0|0px|false|false&#8221; make_fullwidth=&#8221;on&#8221;][et_pb_column type=&#8221;2_3&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_text _builder_version=&#8221;3.27.4&#8243; text_font=&#8221;||||||||&#8221; text_font_size=&#8221;18px&#8221;]<\/p>\n<p>Egli dunque affermava che occorre partire dall\u2019 analisi e lo studio di quest\u2019 ultimo. Poi, soltanto dopo aver attivato, sorvegliato e instradato correttamente i processi muscolari che concorrono al suonare, si arriver\u00e0 alla posizione, la quale varier\u00e1 necessariamente da persona a persona, a seconda della conformazione della sua mano e delle catene muscolari.\u00a0<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Continuando a semplificare al massimo, nel suonare, il dito ha due funzioni: <i>quella di sostenere il peso dell\u2019avambraccio e quella di percuotere il tasto.<\/i> Per sviluppare la prima, affidata ai muscoli e tendini flessori (situati nella parte inferiore dell&#8217; avambraccio, che partono dal gomito e arrivano alla punta\u00a0 delle dita),<\/p>\n<p>[\/et_pb_text][\/et_pb_column][et_pb_column type=&#8221;1_3&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_blurb title=&#8221;Figura 1&#8243; image=&#8221;https:\/\/slowmusic.eu\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/DSCF2433_02.jpg&#8221; _builder_version=&#8221;3.19.3&#8243; 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Fondamentale in questo esercizio, da eseguire lentamente e con una certa concentrazione, non prima di avere avuto la certezza assoluta che il braccio sia a riposo come prescritto, \u00e8 che il movimento di tutto il sistema di leve sia originato unicamente dall\u2019azione del flessore (non sia cio\u00e8 aiutato dal sollevamento dell\u2019avambraccio \u2013nel qual caso ci si accorge subito che sul tasto abbassato il peso non si scarica completamente) e, ancor pi\u00f9 importante, che non vi sia alcuna pressione verso il basso (ovvero non si schiacci) come invece a volte succede per un eccesso di zelo. L\u2019unica forza che l\u2019azione muscolare deve trovarsi a contrastare \u00e8 quella di gravit\u00e0. (Questo punto \u00e8 cruciale, perch\u00e9 una pressione indebita causa uno sforzo soverchio dei flessori che pu\u00f2 portare, in casi estremi, alla tendinite -tipicamente localizzata nella parte inferiore dell\u2018avambraccio, vicino al gomito. Ho esperienza di diverse risoluzioni di casi di tendiniti, superate e guarite proprio portando a consapevolezza dell\u2019allievo, e poi togliendo, quel sovrappi\u00f9 di pressione, e ripristinando cos\u00ed la corretta azione del peso, pi\u00f9 che sufficiente, nella maggior parte dei casi, a ottenere il suono desiderato).<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Pur essendo assai semplice concettualmente (o forse proprio per questo motivo) questo esercizio richiede una notevole concentrazione e libert\u00e0 mentale per essere eseguito correttamente. Sarebbe meglio farlo sotto la guida di un docente esperto e sensibile, e comunque sempre a piccole dosi, giacch\u00e9 occorre molta limpidezza della mente e dell\u2019attenzione per accorgersi di ci\u00f2 che sta realmente succedendo nei nostri muscoli, evitando di cadere nell\u2019 inganno che le abitudini ci tendono, spesso sotto forma di sensazioni falsate. Il punto di arrivo rappresentato dalla posizione raggiunta diventa poi punto di partenza per la costruzione di un sistema tecnico che arriva infine alle formule pi\u00f9 complesse.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">L\u2019esercizio successivo consiste nel trasferimento del peso (ovvero, partendo dalla situazione a cui eravamo giunti (figura 5) in cui tutto il peso \u00e8 appoggiato sul secondo dito, si attua una contrazione rapida, quasi istantanea, del terzo dito (per esempio) rilassando contemporaneamente il secondo). Cos\u00ed facendo, il peso si trasferisce appunto al terzo dito, che abbassa il tasto corrispondente (si procede per gradi congiunti). Questo meccanismo \u00e8 il principio del suonare cantabile.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Bisogna riconoscere che, quando Vitale dava dimostrazione di questo esercizio semplicissimo ed essenziale, il suono che traeva dal pianoforte era di una ampiezza, ricchezza e profondit\u00e0 che mi \u00e8 capitato raramente di riascoltare in seguito, e tutto questo avveniva mentre la sua mano dalle proporzioni imponenti rimaneva praticamente impassibile. Senza alcuna scossa, sobbalzo o apparente sforzo della volont\u00e0, il peso del braccio traslava semplicemente da un dito all\u2019altro. Ancora una volta, assistere a quest\u2019esecuzione dava un\u2019impressione non dissimile da quella descritta da Herrigel allorch\u00e9 la freccia si scoccava dall\u2019arco del suo Maestro, senza che questi, la sua mano, il suo braccio e il suo arco, tradissero la pur minima scossa, che turbasse la loro impassibilit\u00e1. Si percepiva, scrive il filosofo tedesco, come non fosse il Maestro ad agire ma fosse invece il tiro ad avvenire.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">All\u2019intuito del Maestro Zen noi possiamo affiancare il controllo dell\u2019orecchio, per cui con un buon allenamento, siamo in grado di valutare l\u2019esercizio eseguito da un allievo soltanto ascoltando il suono prodotto, guardando in un\u2019altra direzione e chiedendo poi di rilassare questa o quella zona del braccio o della mano. (\u00c8 il caso di precisare che solo la sensazione della contrazione viene percepita l\u00ed, perch\u00e9 la contrazione vera e propria in realt\u00e0 si origina altrove \u2013ovvero, ad esempio, la tipica sensazione di contrazione nella zona tra il dorso della mano e il polso che si pu\u00f2 insegnare allo studente a risolvere, cambiando cos\u00ec istantaneamente la qualit\u00e0 del suono, deriva evidentemente da un\u2019azione muscolare che nasce nell\u2019avambraccio&#8230;).<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Anche la caduta dell&#8217; avambraccio diviene, all\u2019 interno di questo sistema, un\u2019 azione che parte e arriva alla situazione muscolare della Figura 5. Una rapida -e ancora una volta quasi istantanea- contrazione del flessore profondo dell\u2019avambraccio fa sollevare quest\u2019ultimo assieme alla mano, e lo fa ricadere subito dopo su un dito il quale, attraverso la contrazione istantanea del proprio flessore (descritta sopra) raccoglie, per cos\u00ed dire, l\u2019avambraccio in caduta e lo sostiene, riportandolo alla condizione della figura 5 e alla posizione pianistica.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Vitale insisteva sul fatto che la contrazione del flessore profondo dovesse avvenire nella maniera pi\u00f9 rapida per evitare rigidit\u00e0 superflue. (Simile raccomandazione a proposito dell\u2019azione dei flessori delle dita nel trasferimento del peso, e parimenti in quella degli estensori nella fase di articolazione). Altra osservazione importante \u00e8 che, nel breve momento in cui l\u2019avambraccio sta sospeso e si appresta a ricadere, la mano non si deve sollevare anch\u2019essa, (ovvero non deve essere solidale e far corpo unico con l\u2019avambraccio a causa della contrazione degli estensori) ma rimane invece abbandonata. In altre parole: non bisogna fissare il polso.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">\n<\/p><p>[\/et_pb_text][\/et_pb_column][\/et_pb_row][et_pb_row column_structure=&#8221;2_3,1_3&#8243; module_class=&#8221; et_pb_row_fullwidth&#8221; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; width=&#8221;89%&#8221; width_tablet=&#8221;80%&#8221; width_phone=&#8221;&#8221; width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; max_width=&#8221;89%&#8221; max_width_tablet=&#8221;80%&#8221; max_width_phone=&#8221;&#8221; max_width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; custom_padding=&#8221;0|0px|0|0px|false|false&#8221; make_fullwidth=&#8221;on&#8221;][et_pb_column type=&#8221;2_3&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_text _builder_version=&#8221;3.27.4&#8243; text_font=&#8221;||||||||&#8221; text_font_size=&#8221;18px&#8221; min_height=&#8221;62px&#8221;]<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Cos\u00ed, proseguendo, anche lo studio delle ottave diventa l\u2019esercizio di una sequenza di cadute, nelle quali l\u2019avambraccio \u00e8 sostenuto, anzich\u00e9 da un singolo dito, da una sorta di ponte che si viene a creare tra 1\u00b0 e 5\u00b0 dito.<\/p>\n<p>[\/et_pb_text][\/et_pb_column][et_pb_column type=&#8221;1_3&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_blurb title=&#8221;Figura 6&#8243; image=&#8221;https:\/\/slowmusic.eu\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/0f4249a875.jpg&#8221; _builder_version=&#8221;3.19.3&#8243; header_level=&#8221;h5&#8243; header_font=&#8221;||||||||&#8221;][\/et_pb_blurb][\/et_pb_column][\/et_pb_row][et_pb_row module_class=&#8221; et_pb_row_fullwidth&#8221; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; width=&#8221;89%&#8221; width_tablet=&#8221;80%&#8221; width_phone=&#8221;&#8221; width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; max_width=&#8221;89%&#8221; max_width_tablet=&#8221;80%&#8221; max_width_phone=&#8221;&#8221; max_width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; custom_padding=&#8221;0|0px|27px|0px|false|false&#8221; make_fullwidth=&#8221;on&#8221;][et_pb_column type=&#8221;4_4&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_text _builder_version=&#8221;3.27.4&#8243; text_font=&#8221;||||||||&#8221; text_font_size=&#8221;18px&#8221;]<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Ci\u00f2 che abbiamo descritto fin qui sono i primi mattoni su cui si costruisce un edificio complesso, in perenne divenire, e che deve sempre essere in grado di migliorarsi, plasmarsi, recepire istanze anche in contrasto con alcune delle premesse che lo hanno determinato, senza timore di confrontarsi con esse ed essere messo in discussione. Una delle leggi che ne costituiscono le fondamenta \u00e8 che bisogna evitare, per quanto possibile, di esercitare contemporaneamente due azioni muscolari antagoniste tra loro. Sembra un\u2019ovviet\u00e0, eppure il cosiddetto esercizio dei martelletti, con cui generazioni di pianisti hanno iniziato a suonare, prescrive l\u2019articolazione di ogni singolo dito rigorosamente curvo, mettendo cos\u00ed fin dal principio in competizione flessori ed estensori, (gli uni impegnati a curvare il dito, gli altri a sollevarlo) ed impone inoltre di sollevare il 4\u00b0dito da solo, cosa che sforza quell\u2019aponeurosi che collega tra loro gli estensori di 3\u00b0, 4\u00b0 e 5\u00b0 inseguendo un\u2019indipendenza teorica tanto inutile quanto dannosa e innaturale.<\/p>\n<p>Aggiungendo volta per volta mattoni a questo edificio (il passo successivo consister\u00e0 nell\u2019introdurre l\u2019articolazione delle dita onde attuare la seconda funzione che esse possono esplicare: percuotere il tasto) si avranno esercizi dove ad ogni caduta segue un\u2019articolazione \u2013 il che vuol dire suonare la seconda nota sempre grazie al passaggio del peso, ma utilizzando questa volta l\u2019energia supplementare fornita da quella sorta di \u201crincorsa\u201c che \u00e8 il sollevamento del dito. Di solito si comincia con 2\u00b0 e 4\u00b0 dito, poi si aggiunge il 3\u00b0, poi il 5\u00b0 arrivando alla sequenza 2-4-3-5 che \u00e8 la partenza del celebre esercizio a quattro dita. (In questo caso in seconda posizione).<\/p>\n<p>Alla fine, in effetti, la cosa importante non \u00e8 quali esercizi si facciano, ma come li si fa. Ovvero, importano i princip\u00ee che attraverso di essi vengono applicati.<\/p>\n<p>Non \u00e8 questa la sede, e forse non ne esiste alcuna, per un trattato sulla tecnica pianistica che parta dal pensiero di Vincenzo Vitale. Del resto, neppure lui ha mai voluto scriverne uno, ritenendo giustamente che la trasmissione di questo sapere potesse essere affidata solo all\u2019intuito del docente e alla sua capacit\u00e0 di stabilire una relazione empatica (in ultima analisi di mutuo rispecchiarsi) tra s\u00e9 e l\u2019allievo. Mi sono limitato a tratteggiarne alcune linee guida. Come ogni esempio di sistema di pensiero coerente focalizzato al perfezionamento di s\u00e9 nell\u2019esercizio di una disciplina, sono convinto che il loro valore e i campi nei quali se ne potr\u00e0 trarre profitto trascendano l\u2019ambito della disciplina stessa. Imparare a \u201cprendere la mira\u201c e a focalizzare sempre pi\u00f9 ogni propria azione, allenarsi ad intendere la posizione della mano come il risultato di un equilibrio dinamico costantemente migliorabile attraverso il bilanciamento delle energie che mettiamo in campo \u2013 un risultato mai fisso e cristallizzato, ma sempre in evoluzione \u2013\u00a0 si riverbera su una pi\u00f9 generale nostra attitudine ad osservare la posizione che noi stessi assumiamo all\u2019interno di quella rete di interazioni dinamiche che \u00e8 la nostra esistenza.<\/p>\n<p>Aggiungendo qualche ultimo elemento riguardo alla tecnica pianistica, ricordo che fondamentale in questo sistema di pensiero \u00e8 il concetto di fermata, ovvero lo stabilire dei punti di arrivo (per esempio la nota pi\u00f9 acuta di una scala o di un arpeggio, o la prima di una nuova tonalit\u00e0 nella progressione dell\u2019esercizio a 5 dita) dove si ripristinino le condizioni della figura 5 (cio\u00e8: flessore del dito contratto al massimo e che sostiene l\u2019avambraccio, tutto il peso su di esso, omero, avambraccio stesso oltre che \u2013 per quanto possibile \u2013 le altre dita, in stato di riposo). Tipicamente, ad esempio, in una scala di quattro ottave eseguita a quartine, la fermata avverr\u00e0 sulla prima nota dell\u20198va quartina, generalmente sul 5\u00b0 o 4\u00b0 dito della destra e su pollice o 2\u00b0 o 3\u00b0 della sinistra. (Nelle scale per moto contrario, invece, partendo dalla stessa nota con le due mani la fermata sar\u00e0 sulla prima nota della 4a quartina).<\/p>\n<p>La fermata \u00e8 un momento assai importante del suonare: mentre restiamo fermi sul tasto appena suonato, essa fa esperire una condizione di riposo dinamico, nella quale \u00e8 sempre possibile tendere al miglioramento (dito pi\u00f9 attivo, ogni tensione percepita su dorso della mano e dell\u2019avambraccio si rilassa, omero abbandonato). Questa tendenza al meglio condiziona poi tutto lo svolgimento della restante scala (o arpeggio, o esercizio qualsivoglia) e abitua inoltre a \u201cfotografare\u201c la sensazione percepita nei momenti di riposo. Essi ridurranno poi sempre pi\u00f9 la loro durata fino praticamente a scomparire, ma manterranno la loro efficacia: alla fine si prende l\u2019abitudine, nel corso di esecuzioni particolarmente impegnative e stancanti, ad individuare i momenti pi\u00f9 opportuni per scaricare le tensioni,\u00a0 guadagnando cos\u00ec in forza e brillantezza.<\/p>\n<p>Il capitolo a parte della tecnica senza peso (cio\u00e8 il suonare con il flessore dell\u2019avambraccio contratto, \u2013mentre l\u2019 omero rimane sempre a riposo, cosa che sottrae peso- fino a quando l\u2019unica azione che porta all\u2019abbassamento dei tasti \u00e8 la percussione delle dita) segue quanto descritto fin\u2019ora. Alternare questa tecnica a quella descritta nelle pagine precedenti significa ampliare le differenze nel nostro modo di suonare (prima il massimo appoggio, tutto il peso \u2013 e poi, al contrario, senza peso, il pi\u00f9 possibile presto e leggero), significa divaricare, ampliare la gamma delle nostre possibilit\u00e0, creare uno spazio sempre maggiore, all\u2019interno del quale le nostre facolt\u00e0 espressive avranno agio di espandersi. A questo proposito, da ricordare anche la grande efficacia che Vitale attribuiva alle varianti ritmiche, per risolvere un passaggio particolarmente impegnativo. (3)<\/p>\n<p>Concludendo questo breve e parziale excursus su alcuni aspetti della tecnica, osservo come l\u2019esperienza vissuta continuamente su di me e sui miei studenti mostri sempre pi\u00f9 che, se affrontata e studiata con cognizione di causa, la tecnica pu\u00f2 diventare un mezzo per potenziare ed allargare le nostre capacit\u00e0 espressive, per superare ostacoli di molti generi diversi e, in definitiva, per espandere il nostro Io. Quando ci troviamo al cospetto di uno studente che \u2013ad esempio\u2013 non sia in grado di eseguire con la necessaria facilit\u00e0 e destrezza il passaggio del pollice perch\u00e9 questo \u00e8 contratto (comunissimo e tipico il problema dell\u2019ultima falange perennemente rigida e rivolta verso l\u2019esterno) l\u2019impressione pi\u00f9 forte \u00e8 che questo blocco sbarri l\u2019accesso a una stanza delle sue possibilit\u00e0 tecniche \u2013espressive.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Rimuovere questo blocco, aprire un varco verso ambiti psicofisici non ancora esplorati, non solo migliorer\u00e0 di molto la facilit\u00e0, la pulizia e la rapidit\u00e0 dell\u2019esecuzione, ma creer\u00e0 anche un precedente virtuoso in grado di dar fiducia e aprire la strada alla rimozione di altri blocchi, posti su livelli anche apparentemente irraggiungibili. La disponibilit\u00e0, la fiducia e la consuetudine a frequentare sempre pi\u00f9 in profondit\u00e0 e senza remore le stanze della nostra esistenza sono il pi\u00f9 prezioso regalo che lo studio delle discipline trascendenti come lo Yoga e la Musica ci possono recare. Esse ci insegnano quel movimento circolare che consiste nell\u2019immergerci in noi stessi, per poi riemergere carichi di tesori da trasmettere al mondo grazie alla mediazione di una tecnica, appunto, che costituisce il centro \u2013punto fermo eppure in continuo progresso\u2013 della vita di ogni Artista.<\/p>\n<h3 class=\"align-justify\">Brevi note sull\u2019esperienza del concerto<\/h3>\n<p class=\"align-justify\">Numerosissimi stud\u00ee, apparsi negli ultimi anni, riferiscono gli affascinanti risultati di scansioni dell\u2019attivit\u00e0 cerebrale (ottenute ad esempio attraverso la tecnica della risonanza magnetica funzionale) effettuate su pianisti mentre eseguono un programma da concerto. Queste esperienze hanno appena cominciato a rivelarci la straordinaria complessit\u00e0 dell\u2019atto del suonare considerato da un punto di vista neurologico, il grande numero di regioni cerebrali che si attivano e comunicano tra loro grazie alla musica, e anche \u2013altro campo di ricerca importantissimo\u2013 le regioni del cervello la cui attivit\u00e0 pu\u00f2 venire rallentata in alcune circostanze (per esempio, un pianista che sta improvvisando \u00e8 in grado di attenuare il consumo di ossigeno e glucosio della corteccia prefrontale dorsolaterale, un\u2019area normalmente ritenuta responsabile del controllo di azioni programmate o auto-censorie, come l\u2019impegno a scegliere le parole giuste durante un\u2019 intervista di lavoro).<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Basterebbe una infinitesima parte dei risultati ottenuti fin\u2019ora per dimostrare che poche (forse nessuna) attivit\u00e0 dell\u2019uomo sono in grado di attivare e rendere plastico il cervello \u2013di influenzare e potenziare la sua attivit\u00e0 in maniera tanto ampia e allo stesso tempo mirata\u2013 come il suonare uno strumento. Tale complessit\u00e0 dissuade dall\u2019affrontare un argomento del genere in una sede in cui lo spazio \u00e8 necessariamente limitato, come \u00e8 questa, e rimanda ai risultati ottenuti dagli specialisti supportati da tecnologie all\u2019avanguardia. Contemporaneamente, per quanto riguarda il mio approccio come interprete e didatta a questi aspetti, mi sento di dire che la componente soggettiva \u00e8 talmente preponderante da rendere necessario il rapporto diretto, caso per caso, con la situazione e con lo studente.<\/p>\n<p>Certo \u00e8 che, suonando in pubblico, un interprete porta sul palcoscenico tutto s\u00e9 stesso, racconta la propria esperienza di vita intesa nel senso pi\u00f9 ampio. Fondamentale \u00e8 dunque il rapporto che abbiamo prima di tutto con noi stessi e la nostra capacit\u00e0 di dialogare con noi (necessaria per poter poi fare la stessa cosa con gli altri).<\/p>\n<p class=\"align-justify\">L\u2019attitudine all\u2019ascolto di s\u00e9 diviene allora fondamentale. Ho l\u2019impressione che questa facolt\u00e0 dell\u2019uomo, cos\u00ec essenziale, probabilmente l\u2019unica via che ci pu\u00f2 condurre a una reale crescita personale, sia oggi parecchio trascurata, per non dire volutamente negletta. L\u2019abitudine, cos\u00ec tipica del nostro tempo, di saturare qualunque ambiente nel quale ci troviamo con musica di sottofondo, solitamente basata su un ritmo generato elettronicamente e come tale molto prevedibile, aggressivo e persistente, sembrerebbe proprio finalizzata ad evitare che l\u2019uomo resti solo con s\u00e9 stesso, ed eliminare cos\u00ec il rischio che impari ad ascoltarsi e conoscersi davvero. (4) In effetti, l\u2019avversione istintiva che molti musicisti di mia conoscenza provano verso questo tipo di \u201cketchup\u201c musicale, spalmato indistintamente su gran parte del paesaggio sonoro nel quale siamo immersi \u2013e che conferisce lo stesso identico \u201csapore\u201c a momenti della nostra vita che potrebbero invece essere diversissimi\u2013 deriva secondo me proprio dalla necessit\u00e0 che ogni concertista ha di creare un profondo, fluido e indisturbato contatto con le regioni profonde del proprio io.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">L\u2019ascolto di s\u00e9 \u00e8 un\u2019arte che richiede nello stesso tempo estrema vigilanza e una spiccata capacit\u00e0 di \u201cnon agire\u201c. Il celebre aneddoto del maestro Zen che, al primo incontro con l\u2019allievo, gli versa del the in una tazza gi\u00e0 piena, rovesciandolo e spargendolo sul tavolo, onde far capire attraverso l\u2019esempio che nulla pu\u00f2 entrare in un contenitore colmo (cio\u00e8 nulla pu\u00f2 imparare una testa nella quale non sia stato prima creato il silenzio) mi sembra il miglior consiglio da dare a un concertista nel momento in cui sta per calcare la scena. Per ottenere questo silenzio interiore, i sistemi possono essere diversissimi, e spesso in apparente contraddizione tra loro.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Gli esercizi di stretching sono un classico: oltre ad attivare, distendere e rendere pi\u00f9 disponibili i fasci muscolari che prenderanno poi parte all\u2019 esecuzione musicale, hanno l\u2019effetto di riportare \u201csu di s\u00e9\u201c il musicista, liberando almeno in parte la mente da quel perenne rumore di fondo che sono i pensieri nei quali viviamno immersi.<\/p>\n<p>Anche riuscire dormire prima del concerto, sia pure per un breve momento, \u00e8 molto efficace. A volte, stranamente, \u00e8 proprio la musica che pu\u00f2 aiutare. Ascoltare brano contrappuntistico mentre si \u00e8 distesi a occhi chiusi, visualizzando l\u2019andamento di ogni singola voce e visualizzandolo, insieme con il percorso armonico e formale della composizione, \u00e8 un\u2019attivit\u00e0 che occupa completamente il panorama della nostra coscienza e nello stesso tempo pone il cervello in una modalit\u00e0 di lavoro pi\u00f9 lenta e armonica che pu\u00f2 preludere a un genere di sonno molto particolare. In esso, non si perde la consapevolezza della sintassi musicale e del dialogo tra le voci, ma tutto questo acquista un aspetto nuovo, a volte stranamente personificato (qualcosa di simile \u00e8 descritto da Proust nella prima pagina della Recherche, a proposito del suo proseguire in sogno la lettura del libro leggendo il quale si era addormentato). Risvegliarsi da questo stato mentale \u00e8 estremamente vivificante, e permette poi, quando si suona, di lasciare che la musica si espanda e viva attraverso di noi, risplendendo di quella verit\u00e0 propria, cos\u00ec apparentemente indipendente dalla volont\u00e0 dell\u2019interprete, che le d\u00e0 la massima forza e ineluttabilit\u00e0. (Una grande interpretazione, in effetti, pu\u00f2 essere imprevedibile, ma, una volta che la si \u00e8 ascoltata, si ha l\u2019impressione che le cose non potessero che essere cos\u00ec).<\/p>\n<p>La mia esperienza come didatta mi insegna anche che mai, come quando si ascolta uno studente suonare in pubblico, si \u00e8 in grado di capire in maniera cos\u00ec vivida e chiara la sua personalit\u00e0 di musicista e si possono identificare gli ostacoli psico-fisici che ancora devono essere superati. Per questi motivi, sono assolutamente convinto che la vera lezione, il vero ascolto avvengano l\u00e0, e che occorre far s\u00ec che i nostri studenti suonino in pubblico il pi\u00f9 spesso possibile.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Ancora una volta, la casistica pu\u00f2 essere talmente vasta che il solo tentare di stabilire delle regole generali porta secondo me a un restringimento del campo di azione, laddove bisognerebbe invece allargarlo. Mi accorgo sempre di pi\u00f9, tuttavia, che la vera azione del didatta coinvolge molto un \u201crispecchiarsi\u201c nello studente, ovvero introiettare il suo modo di suonare, viverlo dall\u2019interno e, sempre dall\u2019interno, trovare la via per superare gli ostacoli.<\/p>\n<h3 class=\"align-justify\">Dopo il concerto<\/h3>\n<p class=\"align-justify\">Sempre notando che si tratta di reazioni soggettive, e che il lato pi\u00f9 affascinante dell\u2019esperienza di un didatta \u00e8 la continua necessit\u00e0 di ampliare, adattare le proprie capacit\u00e0 di diagnosi e di intervento, calibrandole e puntandole in maniera da influire sui meccanismi pi\u00f9 profondi del suonare dello studente (tutto ci\u00f2 limitando al massimo gli effetti collaterali, cio\u00e8, ad esempio, quell\u2019 imitazione o emulazione del docente che \u00e8 comune ma non va coltivata, perch\u00e9 non aiuta lo studente a crescere) mi sono sempre accorto che il concerto rappresenta un momento di espansione dell\u2019io, e che, soprattutto dopo un concerto vissuto con particolare intensit\u00e0, l\u2019io espanso sentirebbe il bisogno, prima di ricompattarsi e ritrovare i limiti consueti all\u2019interno dei quali si muove, di trovare un riscontro, un\u2019accoglienza, una comunicazione con l\u2019esterno che prosegua e mantenga in vita quel canale che si \u00e8 creato tra la propria parte pi\u00f9 intensa e profonda e il mondo esterno, cio\u00e8 il pubblico.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">La cosa che pi\u00f9 raccomando \u00e8 ricominciare subito a studiare, se possibile gi\u00e1 la mattina successiva. \u00c8 un approccio estremamente positivo, permette di far tesoro dell\u2019 esperienza appena vissuta, e di sfruttare la situazione di fluidit\u00e0 e di scorrimento dell\u2019energia che si viene a creare durante il concerto, indirizzandole verso scopi costruttivi, creativi, dove verranno consolidate, sotrto forma di progressi, di nuova consapevolezza e di crescita personale.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Ricordiamoci che qualunque energia non usata, non convogliata verso un obiettivo riconosciuto come importante finisce per ritorcersi contro chi l\u2019ha prodotta. Questo \u00e8 uno dei motivi per cui, per alcuni musicisti che ho incontrato e osservato, il dopo \u2013concerto si pu\u00f2 trasformare in un momento di frustrazione (situazione che, appunto, \u00e8 indice di energie non focalizzate).<\/p>\n<p>Le osservazioni e le strategie sopra descritte sono solo una piccola parte di quelle che un didatta dovrebbe essere ogni giorno in grado di chiamare a raccolta per focalizzare le energie dell&#8217; allievo e avviarlo verso un continuo percorso di crescita e conoscenza di s\u00e9 stesso che, a patto di non arrestarsi mai, di non temere il mettersi continuamente in discussione e l&#8217; affrontare ogni volta la musica con la sorpresa e la meraviglia di un bambino che guarda il mondo intorno a s\u00e9, render\u00e0 ogni ogni ora di studio e ogni esecuzione un&#8217; esperienza di arricchimento e di scoperta per s\u00e9 e per il proprio pubblico.<\/p>\n<p class=\"align-right\" style=\"text-align: right;\"><i>\u00a9 Filippo Faes 2008<\/i><\/p>\n<p>[\/et_pb_text][\/et_pb_column][\/et_pb_row][et_pb_row module_class=&#8221; et_pb_row_fullwidth&#8221; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; width=&#8221;89%&#8221; width_tablet=&#8221;80%&#8221; width_phone=&#8221;&#8221; width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; max_width=&#8221;89%&#8221; max_width_tablet=&#8221;80%&#8221; max_width_phone=&#8221;&#8221; max_width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; custom_padding=&#8221;0|0px|1px|0px|false|false&#8221; make_fullwidth=&#8221;on&#8221;][et_pb_column type=&#8221;4_4&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_text _builder_version=&#8221;3.27.4&#8243; text_font=&#8221;||||||||&#8221; text_font_size=&#8221;16px&#8221;]<\/p>\n<h3>Note:<\/h3>\n<p>[\/et_pb_text][\/et_pb_column][\/et_pb_row][et_pb_row module_class=&#8221; et_pb_row_fullwidth&#8221; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; width=&#8221;89%&#8221; width_tablet=&#8221;80%&#8221; width_phone=&#8221;&#8221; width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; max_width=&#8221;89%&#8221; max_width_tablet=&#8221;80%&#8221; max_width_phone=&#8221;&#8221; max_width_last_edited=&#8221;on|desktop&#8221; custom_padding=&#8221;0|0px|1px|0px|false|false&#8221; make_fullwidth=&#8221;on&#8221;][et_pb_column type=&#8221;4_4&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_text _builder_version=&#8221;3.27.4&#8243; text_font=&#8221;||||||||&#8221; text_font_size=&#8221;16px&#8221;]<\/p>\n<p class=\"align-justify\">(1) A questo proposito, ritengo molto importante l\u2019esperienza fatta su di me, e trasmessa con successo a molti miei studenti, che, nei passaggi in cui i salti raggiungono il massimo grado di difficolt\u00e0 (quando cio\u00e8 la mente si trova a gestire e coordinare un\u2019azione quasi simultanea in zone della tastiera molto distanti tra di loro) l\u2019approccio pi\u00f9 efficace consiste nel neutralizzare la propria volont\u00e0 di andare a raggiungere i tasti, concentrando invece tutte le energie nel visualizzare dentro di noi la geometria della tastiera, e della sequenza che vogliamo eseguire. Avviene allora qualcosa di simile a ci\u00f2 che \u00e8 descritto nel libro di Herrigel, si ha cio\u00e8 l\u2019impressione che siano i tasti a venirci incontro, cos\u00ec come sar\u00e1 il bersaglio, se materializzato nella nostra mente con una concentrazione senza riserve, a venire incontro alla freccia. (Da non trascurare oltretutto, ragionando in termini pi\u00f9 prosaici, che studiare con un simile atteggiamento porta a enormi guadagni in termini di compostezza, attenzione e risparmio di energie, tutti fattori che concorrono a migliorare l\u2019esecuzione e aprono la strada verso ulteriori progressi).<\/p>\n<p class=\"align-justify\">(2) Una prova della loro validit\u00e0, a mio avviso \u00e8 il fatto che, una volta assimilati e divenuti realmente parte di noi, questi princip\u00ee non pongono alcun ostacolo al fare esperienze diverse e applicare su di s\u00e9 il dettato di scuole del tutto contrastanti con essi. Illuminante a questo proposito, \u00e8 stata per me la frequentazione di Franco Gei, discepolo, amico di vecchia data di Arturo Benedetti Michelangeli e depositario dei suoi insegnamenti. Il solo raffronto tra l\u2019approccio quasi opposto che Vitale e Michelangeli avevano alla tecnica del cantabile, ad esempio, (ottenuto rigorosamente soltanto grazie al peso, trasferito con un\u2019azione quasi istantanea, escludendo l\u2019articolazione \u2013 per il primo, e affidato invece ad un\u2019articolazione lenta, e alla pressione del dito a volte quasi piatto per il secondo) stimola una serie di considerazioni molto interessanti sugli effetti fisiologici, ma anche psicologici diversissimi che si ottengono rivolgendosi all\u2019una o all\u2019altra scuola di pensiero, e alle mille possibilit\u00e0 che l\u2019integrazione tra le due pu\u00f2 offrire.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">E a proposito del non aver timore di mettersi sempre in discussione, approfittando anche della presenza del proprio docente, di colleghi con cui confrontarsi o del pubblico (Vitale diceva sempre che la vera lezione era il palcoscenico \u2013cio\u00e8 suonare in pubblico) io sono sempre pi\u00f9 convinto che ogni lezione debba rappresentare uno \u201cscrollone\u201c come quello che si d\u00e0 a un albero, in seguito al quale solo le foglie verdi, vitali e in cui circola la linfa rimangono attaccate ai rami. Le altre no, ed \u00e8 un bene, perch\u00e9 cos\u00ec passer\u00e0 pi\u00f9 luce che rischiarer\u00e0 la visuale e alimenter\u00e0 la crescita.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">(3) Ho spesso osservato come, per molti studenti, studiare un passaggio significhi, essenzialmente, ripeterlo. Ora, la mera ripetizione non porta con s\u00e9 necessariamente benefici, anche perch\u00e9 cos\u00ec si rischia di ripetere, e quindi consolidare, anche gli errori. Un pianista che, preoccupato perch\u00e9 il passaggio non riesce come vorrebbe, studii cos\u00ec, mi fa pensare ad un agricoltore che, preoccupato perch\u00e9 la semina non d\u00e0 i suoi frutti, continui a camminare avanti e indietro sul suo campo, ricalcando volta, ostinatamente, le le proprie impronte. Il probabile risultato sar\u00e0 l\u2019indurimento, il consolidamento del terreno, che diverr\u00e0 cos\u00ec ancor meno fertile, e dar\u00e0 ancor meno frutti di prima. Bisogna invece trovare il sistema di ararlo, cio\u00e8 scrostare le abitudini, mobilizzare, far prendere aria alle sequenze di movimenti consolidate e stant\u00ece. Uno dei metodi per fare questo consiste nelle varianti ritmiche, molto efficaci purch\u00e9 siano applicate con cognizione di causa. Perci\u00f2, a ognuna di esse deve corrispondere il suo contrario (cosa sulla quale Vitale insisteva molto) nel senso che al ritmo puntato deve seguire il suo inverso, e la variante in cui ci si ferma sulla prima nota di ogni quartina, ad esempio, deve essere seguita da quella con fermata sulla seconda, sulla terza e sulla quarta, e cos\u00ec via.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Fondamentale \u00e8 inoltre capire perch\u00e9 le varianti siano utili, e fare in modo, di conseguenza, di ottimizzarne l\u2019efficacia. Le varianti servono a risvegliare l\u2019attivit\u00e0 delle dita e a controllare che essa non si accompagni a contrazioni spurie di altri muscoli. Ci\u00f2 sarebbe naturalmente pi\u00f9 difficile eseguendo un passaggio veloce, con molte note, cos\u00ec com\u2019\u00e8 scritto. Le varianti ci permettono appunto di controllare (nell\u2019esempio citato qui sopra) una nota ogni quattro, concentrare la nostra volont\u00e0 e azione su quella nota, trascurando per il momento le altre), per poi, attraverso le varianti successive, arrivare ad occuparci di ogni nota, a rotazione. \u00c8 importantissimo allora che questo controllo attivo una s\u00ed e tre no (sempre per rimanere nell\u2018esempio delle quartine fatto qui sopra) corrisponda una reale differenza nell\u2019attacco del tasto, nell\u2019articolazione e nell\u2019energia del dito tra la nota su cui ci si ferma, e le alre, che andranno invece suonate con il minor impegno possibile, quasi trascurate.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Cerco sempre di far s\u00ed che gli studenti siano in grado di differenziare quanto pi\u00f9 possibile l\u2019attacco del tasto in esercizi del genere, poich\u00e9 sono convinto che creando e consapevolizzando differenze ,cio\u00e8 divaricazioni nel nostro agire, andiamo a creare spazi all\u2019interno dei quali il nostro potenziale pu\u00f2 espandersi.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">(4) Un\u2019osservazione interessante a proposito riguarda alcune esperienze di biofeedback sulla coerenza cardiaca effettuate negli Stati Uniti nel corso degli ultimi anni. Poich\u00e9 la frequenza del battito non \u00e8 costante neppure quando il corpo \u00e8 in stato di riposo, ma segue invece sempre una curva sinusoide che comporta accelerazioni e rallentamenti, \u00e8 stato notato che, visualizzando questa sinusoide su un monitor che il soggetto osserva in tempo reale, \u00e8 possibile che egli impari impari ad influenzare l\u2019andamernto della curva, regolarizzandolo a poco a poco. Acquisire questa capacit\u00e0 ha un effetto tonificante sull\u2019umore, sull\u2019equilibrio psicofisico, ed \u00e8 considerato un eccellente antidoto contro la depressione. L\u2019esperienza, dunque, dimostra che noi possediamo dei recettori atti a captare una sorta di ritmo interiore, che viene ignorato dalla maggior parte degli uomini, ma ha un effetto consistente sul loro benessere.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Ora, proviamo ad immaginarci l\u2019iperstimolazione che tali recettori subiranno in presenza di uno stimolo esogeno come, per esempio, il ritmo ossessivo e martellato di una musica techno, o qualunque sollecitazioe ad altissimo volume che riceviamo all\u2019 interno di una discoteca. \u00c8 pi\u00f9 che evidente che stimoli di tale intensit\u00e0 assorderanno \u2013 prima ancora che il sistema auditivo di chi li subisce \u2013 ali delicatissimi recettori, i quali avranno bisogno di sollecitazioni sempre pi\u00f9 forti, onde non andare in modalit\u00e0 di ipotonia.<\/p>\n<p class=\"align-justify\">Se pensiamo al meccanismo di azione di una tipica droga in grado di produrre assuefazione (ad esempio la cocaina) notiamo che si tratta di una sostanza esogena che va a iperstimolare i recettori dedicati ad una sostanza endogena (in questo caso la dopamina) rendendoli insensibili a quest\u2019ultima, e di coinseguenza sempre pi\u00f9 bisognosi di droga, onde evitare crisi di astinenza, cio\u00e8 un\u2019ipotonia indotta.Il meccanismo \u00e8 dunque esattamente lo stesso. Ci sarebbe da chiedersi perch\u00e9 la legge e la morale comune non riconoscano e non vietino la creazione di una tale dipendenza in grado di produrre danni del tutto comparabili con quelli di una droga pesante, seppur di primo acchito meno evidenti..<\/p>\n<p class=\"align-right\" style=\"text-align: right;\"><i>\u00a9 Filippo Faes 2008<\/i><\/p>\n<p>[\/et_pb_text][\/et_pb_column][\/et_pb_row][\/et_pb_section]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lo Yoga e la tecnica pianistica di Filippo Faes\u201cEsiste una forza vitale, un\u2018energia, un impulso che viene trasformato in azione attraverso di te, e poich\u00e9 tu sei unico nella storia del mondo e in tutti i tempi, questa espressione sar\u00e0 unica e irripetibile. 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